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Un pensiero del cammino e un cammino del pensiero

Dopo gli studi classici muove i primi passi nella ricerca all’Istituto di Neurofisiologia dell’Università La Sapienza di Roma. Dopo la laurea in Medicina e Chirurgia si è specializzato all’Istituto di Psichiatria della Seconda Università di Napoli (WHO Italian Centre for Research and Training in Mental Health) diretto dal Prof. Mario Maj. È stato allievo dello psichiatra Prof. Bruno Callieri, tra i padri della psichiatria europea, con il quale ha intrattenuto una lunga collaborazione scientifica e clinica che ha preso forma in numerose iniziative editoriali. Negli anni della sua formazione ha frequentato diverse istituzioni di ricerca europee occupandosi di psicopatologia, neuroscienze ed epistemologia. Ha insegnato per alcuni anni all’Università della Basilicata ed è stato visiting professor alla Duke University, Pontifícia Universidade Católica di São Paulo, Universidade de São Paulo, Pontifícia Universidade Católica di Rio de Janeiro.

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La domanda centrale della psicopatologia riguarda gli eventi psichici di una persona al di là di ciò che appare: cioè sintomi e sindromi che aiutino il clinico a formulare diagnosi affidabili. Generalizzando il caso individuale, lo inscrive in una cornice nosografica che ha al centro l’individuo e la sua complessità. Della natura, dell’espressività e dell’organizzazione clinica di un disturbo, la psicopatologia studia le dinamiche per individuare le possibilità di cura. In questo senso, nel modulare la propria attenzione dai disturbi ai vissuti che li presuppongono, uno psicopatologo si confronta con la singolarità irripetibile del paziente, con i suoi modi di vivere e fare esperienza del mondo, con gli eventi significativi della storia di vita. Nella sua pratica, egli non si limita alla pura sfera descrittivo-nosografica, né si riconosce in uno di quei saperi interpretativi che riducono l’uomo a una dimensione: biologica o culturale che sia. Egli ha a cuore l’unicità dell’uomo, i modi di elaborare i contenuti profondi della propria esperienza. Prende forma da qui quel processo trasformativo della sofferenza del paziente, che promuove l’evoluzione della personalità inscrivendo i conflitti profondi nello spazio più ampio della complessità psichica. Una cura è degna di questo nome solo riconoscendo tale complessità, che è di gran lunga più ricca di qualsiasi generalizzazione della psiche derivante dall’assunzione acritica di modelli teorici e strumenti diagnostici.

All’inizio del Novecento la psicoanalisi ha portato alla luce il conflitto tra forze inconsce e vita consapevole. Ci ha mostrato come la libertà, la decisione, le esperienze estetiche, le scelte morali siano espressione di un provvisorio superamento di questo conflitto. Oggi, a oltre un secolo di distanza, le neuroscienze provano a diradare le nebbie che ancora celano quel conflitto. Il rapido sviluppo di metodiche di neuroimaging e, soprattutto, l’intreccio sempre più stretto tra dati sperimentali e clinici, ha generato progressi sino a ieri impensabili. Nondimeno, le neuroscienze hanno davanti a sé domande inaggirabili. Ad esempio, come può il cervello generare stati consapevoli? Le attività della coscienza coinvolgono solo zone limitate del cervello o si tratta di un fenomeno globale di cui il cervello è solo una parte, ancorché rilevantissima? Ancora, se la coscienza fosse dovuta all’attività di singole regioni, riguarderebbe l’attività di specifici tipi di neuroni o una varietà di substrati anatomici? In questo caso, quale sarebbe il livello correlato: le strutture intracellulari, le sinapsi o precise stratificazioni neuronali? Queste domande restano davanti a noi come misteri affascinanti che sollecitano risposte adeguate per la nascita di una scienza della coscienza.

Cosa significa fare esperienza di qualcosa? Qualsiasi risposta a tale domanda resterebbe parziale senza affrontare il tema vertiginoso della coscienza e dei movimenti che da questa si irradiano verso l’altro. Ogni vissuto è la conversione dell’esperienza in fenomeno e del fenomeno in esperienza, e può esser colto solo nella sua mutevole e discontinua trasformazione. In questo stringersi al vissuto, la fenomenologia interroga in radice la gran parte dei paradigmi teorici e metapsicologici. Lo psicopatologo fenomenologicamente orientato utilizza il linguaggio del mondo in cui è immerso: un linguaggio avalutativo e aperto ad ogni possibile evoluzione, con il quale il paziente può riconoscersi e inaugurare la propria trasformazione. Su questa via egli fa ritorno costantemente all’esperienza e al suo costituirsi in fenomeno, rinnovando in esso ogni volta la propria fede. Ripensare la psicopatologia clinica, fenomenologicamente orientata, rimette al centro la discussione sui rischi di un’assunzione acritica dei paradigmi della psichiatria diagnostico-statistica. Indipendentemente dalla propria formazione uno psicopatologo clinico, nell’incontro con il paziente si muove con modalità intuitive e descrittive. Anche il fenomenologo più esperto, dallo sguardo più penetrante, sa di essere per la prima volta alle prese con la realtà di cui sta facendo esperienza. Se questo, da un lato, tempera le valenze più oggettivanti, dall’altro evita il permanere della conoscenza all’interno di saperi irrigiditi, sollecitando ad andare sempre più avanti, a ripartire ogni volta nuovamente.

In un futuro non lontano l’interazione tra esseri umani e agenti artificiali darà luogo, con ogni probabilità, a entità capaci di consapevolezza, sfere morali e decisionali autonome e uno spiccato adattamento all’ambiente sociale umano. Le domande cui la comunità scientifica è chiamata a rispondere riguardano, innanzitutto, la natura di tale consapevolezza, dei valori (e delle gerarchie di valore), delle sfere decisionali. Inoltre, se, come è probabile, tali agenti artificiali assumeranno sembianze umane, come dovranno essere considerati? Quali saranno le conseguenze delle loro scelte? Come interagiranno e, soprattutto, come comunicheranno con gli umani? La complessità di tale quadro pone questioni scientifiche ed etiche inedite. Le risposte passano innanzitutto dalla definizione di un modello di coscienza (e di inconscio) che contempli le diverse determinazioni biologiche e fenomenologiche nell’incontro con l’intelligenza artificiale.

Estero

Progetti Internazionali

Nel suo percorso ha collaborato con molte realtà accademiche internazionali. Ha preso parte a progetti competitivi tra i quali “The use of metaphors in biomedical research” (Universidade do Minho, Duke University e Università della Basilicata); “Sport and Brain Science: Technological Applications for Peaking Performances” (National Research Foundation of the United Arab Emirates and UAE University); “Neuroscienza ed esperienza estetica” (Gruppo Internazionale di Ricerca in collaborazione con l’Universidade de São Paulo); “Center for Creativity and Diversity” (California Institute of Integral Studies). È consulente della sezione “Psychopathology and Clinical Neuropsychology” della Start-up SporeData Inc. È chair dell’International Scientific Board della IEEE Cognitive Infocommunication Technologies 2021.

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