Pubblicato su laRepubblica Napoli il 19/06/2021

Sono anni formidabili quelli raccontati in La Forma della Psichiatria (Vivarium editore), libro a più voci da poco in libreria. Gli anni dell’ultima stagione riformatrice dell’assistenza psichiatrica in Italia, prima che lo slancio vitale si estinguesse e gli psichiatri tornassero ad esser medici tra i medici. In quel singolare tornante del Paese, Napoli indicò una via d’uscita dall’orrore dei manicomi e dei dispositivi di esclusione e controllo sociale di un sistema che lasciava le sindromi senza cura e gli uomini senza ascolto. Di quella stagione, Fausto Rossano, psichiatra e psicoanalista napoletano, cui il libro è dedicato, fu il protagonista principale. Come ultimo direttore, Rossano contribuì ad abbattere definitivamente l’Ospedale Psichiatrico Leonardo Bianchi – il ‘panottico’ di Calata Capodichino (eredità delle segrete medievali disseminate lungo la penisola) – che univa nello stesso destino pazienti, operatori sanitari e personale tecnico-amministrativo. Ne neutralizzò il “potere delle chiavi”, liberò gli “oggetti reclusi” (i pazienti), affermò nuove relazioni interne per un reinserimento sociale dei pazienti improntato al rispetto umano. Ad oltre quaranta anni dalla riforma della Salute mentale in Italia, occorrerebbe riscoprire quella lezione. Soprattutto raccontarla agli psichiatri più giovani, i quali sembrano non sentire il bisogno di aggiungere più nulla alla diagnosi, che ormai compendia passato, presente e futuro del paziente. Quella tensione istituente – un atto di sovversione per la “società disciplinare” che assoggetta i corpi e trattiene la vita – prevalse su resistenze di ogni tipo. Qualche esempio? L’apparato burocratico che frenava la dismissione; l’inadeguatezza delle strutture territoriali necessarie al trasferimento dei ricoverati; l’intransigenza ciarliera di chi negava tout court qualsiasi causa medica della sofferenza psichica; la reazione della parte più conservatrice della psichiatria arroccata a difesa di istituzioni custodialistiche repressive, che fremeva per una resa dei conti con quanti avevano resistito alle più ottuse semplificazioni semeiologiche e diagnostiche. Ma la storia raccontata in questo libro va oltre il suo valore testimoniale. È la storia di un uomo che ha abitato il difficile confine tra l’esplorazione interiore e la cura degli altri: là, dove la sofferenza, anche nelle sue forme estreme, più che questione clinica, assume i caratteri di una forma di esistenza. In questo approssimarsi di vita ed esperienza, Rossano ha sempre avuto chiara la differenza tra la propria ricerca interiore e i diversi mandati sociali cui ha sempre corrisposto con generosità e abnegazione. Generosità testimoniata dall’incondizionata umanità verso i pazienti, dall’ironica indifferenza verso i riconoscimenti formali, dalla disponibilità verso i collaboratori. I suoi gruppi di lavoro agivano in un clima intellettuale aperto al confronto tra posizioni e prospettive teoriche diverse. In quel contesto, nessuno si sentiva vincolato a ortodossie o spinto ad aderire a pretese verità nell’interpretazione dei casi clinici. La salute mentale e i suoi molteplici paesaggi furono lo spazio elettivo della sua pratica clinica. Ne esplorò le soglie estreme, senza mai schermarsi dietro rassicuranti categorie nosografiche. La sua visione della natura umana, maturata nella sua lunga attività di psicoanalista, lo metteva al riparo dalle ingenuità e dalle illusioni di coloro che credono che a nuove parole possano corrispondere nuovi fenomeni. Utilizzava, infatti, le parole con pudore e responsabilità. Parole che erano per lui la possibilità di dire, nei limiti del linguaggio (che sono i limiti del mondo), le verità in ombra, le esperienze estreme: si trattasse del mondo ‘normale’ o di quello psicotico. Più volte, anche pubblicamente, discutemmo di utopie capovolte, di strappi e cuciture impossibili, della mancanza di direzione che aleggiava sinistra sulla storia recente della psichiatria. Credeva in una scienza – diceva con compiaciuti paradossi – diversa dalle cosiddette ‘scienze dure’, che mietono successi perché alle prese con problemi morbidi. Ma anche diversa dalle cosiddette ‘scienze morbide’, che annaspano perché alle prese con problemi duri. Era convinto che, proprio in un tempo in cui la verità sembra congedarsi dalla conoscenza, fossero necessarie analisi esigenti delle tendenze e controtendenze nella psichiatria. Vi è troppa credulità verso il suo potere. Una credulità, ironizzava, superiore perfino a quella del contadino medioevale verso il proprio parroco. Si alimentò di tutto questo il suo potente slancio istituente. Uno slancio libertario concretissimo e non liberatore a parole, slancio di rivolta e non rivoluzionario: uno slancio che produce cambiamenti veri. Al di là del suo impegno istituzionale, meta del suo cercare era quel continente vasto e profondo che agisce in noi e ci guida chissà dove senza chiederci alcun permesso. Considerava questa la missione di chi fa questo difficile lavoro. Per questo richiamava tutti alla ricerca. Missione difficile. Poiché non vi è fine al cercare. Il fine, infatti, è nella ricerca stessa.

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