Di solito non riflettiamo su come gli oggetti si presentano alla nostra coscienza. Né su come gli atti di coscienza si danno alla nostra riflessione. Eppure è proprio questa relazione a farci familiarizzare con le cose, a farci sintonizzare con gli altri, a tracciare una linea di continuità tra presente e passato. È un’esperienza primaria su cui la riflessione può influire solo minimamente. Diversamente il significato che proiettiamo sulle cose si trasforma di continuo. Le cose possono rivelarsi più opache o più chiare, più estranee o più familiari, e ne sono investiti il flusso di coscienza e la sintonia con gli altri. Non si tratta di un diverso ‘giudizio razionale’ sulle cose, ma di una diversa ‘attribuzione di senso’. In alcune circostanze, la scena muta drasticamente. L’esistenza guadagna in profondità ma si allontana dal senso comune. L’Io viene spinto verso territori che possono essere intuiti ma non attraversati. In questa ‘crisi della presenza’, per dirla con Ernesto de Martino, vi è l’instaurarsi del modo del come se – cioè, lo sforzo urgente di spiegare quel che non può più essere vissuto – che sigilla il passaggio dalla presunta certezza all’annebbiarsi di ogni certezza, dalla abituale stabilità al più insensato smarrimento.
Nel Novecento la testimonianza poetica, esistenziale e clinica più alta di questa condizione è stata la vita e l’opera di Fernando Pessoa. Il 13 gennaio del 1935, in risposta a una lettera dell’amico Adolfo Casais Monteiro che gli domanda dell’origine dei suoi eteronimi, Pessoa scrive:

[…] l’origine mentale dei miei eteronomi è la tendenza organica e costante alla depersonalizzazione e alla simulazione. Questi fenomeni […] non si manifestano nella mia vita pratica esterna e nel contatto con gli altri, esplodono dentro di me e li vivo da solo con me stesso. […] ho modellato e propagato vari amici e conoscenti, che non sono mai esistiti, ma che ancora oggi a più di trent’anni di distanza, odo, sento, vedo – ripeto: odo sento vedo e provo nostalgia di essi (Pessoa, 1923-1935).

Fernando Pessoa non riuscì mai a essere sicuro di chi fosse. I personaggi che affollano la sua mente designano un universo gremito di figure reali e insieme fantastiche, animato da azioni parallele alla sua esistenza formale. Così, Pessoa diviene Álvaro de Campos, Alberto Caeiro, Ricardo Reis, altri ancora. L’8 marzo del 1914 annota:

Mi avvicinai a un comò alto e dopo aver preso qualche foglio di carta cominciai a scrivere, di colpo, come scrivo ogni volta che mi riesce. Scrissi di seguito più di trenta poesie, in una specie di estasi la cui natura non riuscirei a definire. Fu il giorno trionfale della mia vita, e mai potrà esservene un altro uguale. Cominciai dal titolo, O Guardador de Rebanhos, ciò che seguì fu l’apparizione in me di qualcuno a cui diedi subito il nome di Alberto Caeiro, mi scusi l’assurdità della frase, apparve in me il mio maestro, fu questa la sensazione che ebbi immediatamente e nell’istante stesso in cui ebbi terminato di scrivere le trenta e più poesie, presi immediatamente altra carta e scrissi altrettanto di seguito le sei poesie che costituiscono la Chuva Oblíqua di Fernando Pessoa. Immediatamente e totalmente fu il ritorno da Fernando Pessoa a Alberto Caeiro a Fernando Pessoa (Pessoa, 1923-1935).

In questo caleidoscopio di personalità, Pessoa fa esodo da se stesso per tornare, poco dopo, a esser quello di prima. In lui, la soggettivazione lascia il campo alla desoggettivazione che, per essere narrata, esige una nuova soggettivazione. Ma chi traccia i margini di presenza e assenza? Il Sé? L’inconscio? In anni giovanili, sono stato sulle tracce lusitane del grande portoghese, nell’illusione di ricostruirne i lineamenti, anche a partire dai diari clinici dell’Ospedale Sao Luis Dos Franceses di Lisbona. Ma la moltitudine dei suoi alter ego non si lascia leggere dalle pur accurate note in cartella vergate dai colleghi dell’epoca. Nella sua anima scorticata balena l’intuizione della molteplicità, la potenza un intelletto non soffocato dall’istinto. A Pessoa non importa infrangere l’immagine dell’Io. No, quella immagine egli la gira dall’altra parte, mostrandoci che sul retro vi è un prisma di forme eccentriche, volti illuminati e sfuggenti sul palcoscenico della coscienza; che all’origine dell’impulso caotico alla creazione vi è una necessità elementare che fa a meno dell’intelletto. Nel vagare tra i suoi eteronimi mostra come la ragione, demarcandole, prenda le cose troppo facili, rendendole spesso ridicole, e proprio le più grandi.

Ph: Hayk Barseghyan

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